Jean Jacques Rousseau

da Discorsi (1750 – 1754)
BUR Classici, Milano 2015

“[…] le nostre anime si sono corrotte a misura che le nostre scienze e le nostre arti sono progredite verso la perfezione. Si dirà che è una disgrazia particolare al nostro tempo? No, signori: i mali cagionati dalla nostra vana curiosità sono vecchi come il mondo.” (p. 42)

“Popoli, sappiate dunque una buona volta che la natura ha voluto preservarvi dalla scienza, come una madre strappa un’arma pericolosa dalle mani del figlio; che tutti i segreti che ella vi nasconde son tanti mali dai quali vi preserva, e che la pena, che trovate ad istruirvi, non è certo il minore dei suoi benefici. Gli uomini sono perversi; sarebbero peggiori ancora, se avessero avuto la disgrazia di nascer sapienti.” (pp. 49 – 50)

“Se le nostre scienze son vane nell’oggetto che si propongono, sono ancor più pericolose per gli effetti che producono.” (p. 52)

“[…] la maggior parte dei nostri mali sono opera nostra, e noi li avremmo evitati quasi tutti, conservando la maniera di vivere semplice, uniforme e solitaria, che ci era prescritta dalla natura.
Se essa ci ha destinati a essere sani, oserei quasi assicurare che lo stato di riflessione è uno stato contro natura, e che l’uomo che medita è un animale depravato.” (p. 102)

“[…] la conoscenza della morte e dei suoi terrori è uno dei primi acquisti che l’uomo ha fatto, allontanandosi dalla condizione animale.” (pp. 108 – 109)

“[…] che diremo dell’agricoltura, arte che esige tanto lavoro e previdenza; che si collega a tante altre arti, che evidentissimamente non può esser praticata che in una società almeno iniziata, e ci serve non tanto a trarre dalla terra alimenti, che essa fornirebbe pur senza ciò, quanto a costringerla alle preferenze che son più di nostro gusto?” (p. 110)

“Per quanto potesse appartenere a Socrate ed agli spiriti della sua tempra l’acquistar la virtù per via di ragione, il genere umano non esisterebbe più da un gran tempo, se la sua conservazione non avesse dipeso che dai ragionamenti dei suoi componenti.” (p. 125)

“[…] errando nella foresta, senza industria, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senz’associazione, senz’alcun bisogno dei suoi simili come senza desiderio di nuocer loro, forse anche senza mai riconoscerne alcuno individualmente, l’uomo selvaggio, soggetto a poche passioni, e bastando a se stesso, non aveva che i sentimenti e le conoscenza adatte a tale stato; non sentiva che i suoi veri bisogni, non considerava che ciò che credeva di aver interesse a vedere, e la sua intelligenza non faceva più progressi che la sua vanità.” (p. 128)

“Le nuove capacità intellettuali, che risultarono da tale sviluppo, aumentarono la sua superiorità sugli altri animali, rendendogliela nota. Si esercitò a tendere loro trappole, li ingannò in mille modi; e per quanto parecchi lo superassero in forza nel combattimento, in rapidità nella corsa, di quelli che potevano servirgli o nuocergli, egli divenne col tempo il padrone dei primi e il flagello dei secondi.” (p. 134)

“In questo nuovo stato, con una vita semplice e solitaria, con bisogni limitatissimi, e con gli strumenti inventati per provvedervi, gli uomini, godendo di grande agio, l’usarono a procurarsi varie specie di comodità sconosciute ai loro padri; e fu questo il primo giogo che s’imposero senza pensarci, e la prima fonte dei mali che prepararono ai loro discendenti; perché, oltre al fatto che continuarono a rammollirsi il corpo e lo spirito, avendo queste comodità perduto per via d’abitudine quasi del tutto la loro piacevolezza ed essendo al contempo degenerate in veri bisogni, ne divenne ben più crudele la privazione che dolce il possesso; e s’era infelici nel perderle, senz’esser felici nell’averle.” (p. 137)

“[…] sono il ferro e il grano gli autori della civilizzazione degli uomini e della perdizione del genere umano.” (p. 141)

da Emilio o dell’educazione (1762)
Edizioni Laterza, Bari 2016

«Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo. Egli (l’uomo, n.d.r.) sforza un terreno a nutrire i prodotti di un altro, un albero a portare i frutti di un altro; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il suo cane, il suo cavallo, il suo schiavo; sconvolge tutto, sfigura tutto, ama la deformità, i mostri; non vuol nulla come l’ha fatto la natura, nemmeno l’uomo …» (p. 51)

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