La mescolanza artificiale delle specie

Il 29 novembre 2018 Fabio Balocco ha pubblicato un articolo nel suo blog su ilfattoquotidiano.it dal titolo “Specie invasive, la situazione è sfuggita di mano. Provare a limitarle è una battaglia persa.” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/29/specie-invasive-la-situazione-e-sfuggita-di-mano-provare-a-limitarle-e-una-battaglia-persa/4798512/).

Subito dopo averlo letto mi è capitato tra le mani il libro di Stefano Mancuso “L’incredibile viaggio delle piante”, pubblicato anch’esso nel novembre 2018 da Editori Laterza.

Si tratta di due interventi culturali assai diversi tra loro, ma entrambi sollevano il problema della mescolanza delle specie ad opera dell’uomo.

Secondo un esperto interpellato da Balocco: “la situazione è sfuggita di mano, pensare di uccidere esemplari delle specie invasive è, oltre che immorale, perfettamente inutile. È una battaglia persa.

Il discorso di Mancuso è più ampio e ruota invece intorno al concetto che le piante hanno sempre viaggiato, via terra, via acqua e via aria. I semi, affidati al vento e agli animali, si diffondono anche a grande distanza dalle piante genitrici.

Nell’ultimo capitolo del suo libro il neurobiologo affronta però i problemi indotti dall’intervento umano, e qui il discorso cambia:

«Tutto è collegato in natura. Questa semplice legge che gli uomini non sembrano comprendere ha un corollario: l’estinzione di una specie, oltre ad essere un dramma in sé, ha conseguenze imprevedibili sul sistema di cui quella specie fa parte

Se una pianta riesce a riprodursi perchè i suoi semi vengono trasportati e dispersi da specie animali autoctone, con l’estinzione di quelle specie animali anche la sopravvivenza di quella pianta sarà seriamente compromessa.

A meno che l’uomo non la ritenga utile ai suoi fabbisogni alimentari o di altra natura, ed ecco allora che la mano del “padrone” interviene per salvare la specie dall’estinzione.

È il caso dell’avocado dal grande nocciolo. Si riproduceva grazie ai mega-mammiferi che vivevano un tempo in America. Questi erano in grado di mangiare il frutto intero e di rilasciare il seme pronto per la riproduzione. Con la loro estinzione «l’avocado si trovò, dall’oggi al domani, senza i suoi principali partner e con un seme enorme che non sarebbe stato facile piazzare a clienti di taglia più modesta.» (S. Mancuso, L’incredibile viaggio delle piante, p. 134) Trovò un alleato temporaneo nel giaguaro che gli consentì di sopravvivere, sebbene in un areale molto più ridotto, finché non fu scoperto dall’uomo che lo ritenne utile e prese a coltivarlo.

Salvo poi progettare – ai nostri giorni – di modificarlo per renderlo apirene (senza semi), come già accaduto a banane, uva, pomodori ecc. «Una volta privata delle possibilità di produrre semi una pianta non è più un essere vivente, ma un semplice mezzo di produzione, in mano all’industria alimentare che decide come, quando e dove riprodurla.» (ibidem, p. 136)

Ma la storia del colonialismo e dell’avanzamento metastatico del genere umano offre esempi di danni ben più gravi causati dall’introduzione di specie straniere in ambienti vergini ed incontaminati.

Nel mio recente libro “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (Armando Editore, pp. 61 – 62) ho riportato il caso della diffusione dei conigli nel continente australiano. Qui nel 1859 un contadino introdusse alcuni di questi animali come selvaggina. Essendo nuovi di quell’ecosistema, poterono riprodursi in assenza di predatori e lo fecero in quantità spropositata, secondo la loro ben nota predisposizione all’accoppiamento.

In meno di un secolo, nel 1950, avevano raggiunto circa i 500 milioni di esemplari. Per limitarne la crescita si pensò di ricorrere alla “guerra batteriologica” (altri sistemi non avevano dato risultati apprezzabili). Dal Brasile fu introdotto il virus della mixomatosi, una malattia che colpisce i conigli e che si manifesta con lesioni cutanee, edemi, rigonfiamenti agli occhi e alla base delle orecchie, alle narici e agli organi genitali. A causa di tali gonfiori, l’animale non può vedere e nutrirsi e la morte sopraggiunge dopo pochi giorni.

Nonostante questa scelta crudele, che inizialmente comportò un tasso di mortalità di oltre il 99 % «… la guerra batteriologica contro i conigli produsse solo una tregua temporanea: la piccola parte della popolazione che era naturalmente immune alla malattia poté continuare a riprodursi e sette anni dopo il tasso di mortalità era calato a meno del 25 %.» (Clive Ponting, Storia verde del mondo, Torino, S.E.I., p. 191).

Altri squilibri all’habitat che si ripercuotono su flora e fauna sono indotti dalle dissennate campagne di disinfestazione promosse dall’uomo (famoso il grido di allarme lanciato da Rachel Carson in “Primavera Silenziosa”).

Un esempio. Negli anni ’50 del secolo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità decise di “irrorare” il Borneo con il DDT per sconfiggere la malaria. Effettivamente tale malattia scomparve, ma oltre alla zanzara anofele furono colpiti anche tutti gli altri insetti. La maggioranza scomparve, ma qualcuno uscì indenne. Tra questi una particolare specie di bruco, il “bruco mangia paglia”, che, non trovando più in natura dei competitori o predatori (sterminati dal DDT) si moltiplicò rapidamente e, per cibarsi, iniziò a mangiare i tetti di paglia delle povere case del Borneo.

Poi iniziarono a morire le lucertole che si cibavano degli insetti contaminati, e anche i gatti (o perché si cibavano di lucertole o perché si leccavano il pelo contaminato da DDT). Mancando l’azione di contrasto dei felini, aumentò a dismisura la diffusione dei topi, i quali, in condizioni di sovraffollamento trasmettono pericolose malattie.

Per cercare di frenare tale diffusione nuovi gatti vennero immessi nell’ecosistema con un sistema a dir poco “originale”: furono paracadutati nel corso della cosiddetta operazione “Cat Drop” (la notizia ha dell’inverosimile, circola in rete, ma anche se le modalità per cercare di porre rimedio fossero state altre, rimane comunque la gravità dello squilibrio artificiale compiuto, della ferita inferta a quell’ecosistema).

Pare infine che dopo le campagne di disinfestazione con il DDT le popolazioni del Borneo siano state colpite da epidemie infettive che hanno causato più vittime della malaria. Come noto, poi il DDT fu vietato in quanto riconosciuto cancerogeno.

Un caso di invasione di specie aliena a noi più vicino, che io stesso ho potuto sperimentare dal vivo e che non è affatto superato, è quello delle cimici asiatiche. Alla fine della scorsa estate si sono affacciate alla Liguria in gran quantità e da allora infestano case e campi. I primi esemplari sembra che siano apparsi in Italia nel 2012, e, in mancanza di antagonisti naturali, nel giro di sette anni si sono moltiplicate all’inverosimile. Al culmine dell’invasione alcuni muri esterni della mia casa e di tutte le altre nella mia zona e non solo apparivano ricoperti quasi completamente da questi insetti ed ora temiamo il loro risveglio nella stagione calda.

Sono solo alcuni esempi dei disastri provocati dall’uomo quando si intromette nei delicati congegni che regolano il mondo della natura, importando od esportando piante o animali da un paese all’altro.

Tutti gli squilibri nel “lungo periodo” si ricompongono, grazie agli “anticorpi” che la biosfera mette in campo. Ma noi viviamo nel “breve periodo” e stiamo rovinando i pochi attimi che ci è concesso di vivere su questo pianeta per il folle desiderio di rimodellarlo a nostro piacimento e vantaggio.

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https://ugobardi.blogspot.com/2019/10/la-mescolanza-artificiale-delle-specie.html

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