Un aspetto medico del problema della popolazione

di Alan Gregg, Big Sur, California

Il seguente articolo di Alan Gregg si basa sul testo della relazione fornita dall’autore nel convegno su “I problemi della popolazione” tenutosi a Berkeley, in California, il 28 dicembre 1954, che comprendeva la seconda parte del simposio generale su Scienza e Società. Le altre due parti del simposio generale erano dedicate a “Risorse naturali: potere, metalli, cibo” e “Scienza nel pensiero e nell’azione umana”. Si trattava del 123° meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS).

Condensare gli aspetti medici di quello che è chiamato il problema della popolazione in un breve documento è una vera sfida. Persino i relativamente pochi fattori di cui sappiamo qualcosa sono troppo numerosi e troppo interconnessi tra loro e con elementi esogeni per potersi prestare ad una esposizione sommaria. Per questo motivo propongo di offrire solo un’idea riguardo al problema della popolazione. Non merita di essere definito un aspetto medico: è piuttosto la visione di chi ha avuto una formazione medica, una sola idea attorno alla quale si presentano riflessioni subordinate di tipo piuttosto generale.

Nell’esporre questa idea ricordo l’usanza spartana di esporre i bambini al rigore del tempo, nella convinzione che una tale pratica eliminasse i più deboli. Esporre una giovane idea ai rigori di un’atmosfera scientifica prima di aver dotato la povera piccola del supporto di prove sperimentali o del potere di un valore predittivo dimostrato può sembrare un trattamento simile a quello spartano. Ma se l’idea muore a causa dell’esposizione, la sua dipartita sarà almeno più dignitosa di ogni altra e sempre sotto gli auspici dell’American Association for the Advancement of Science. Potrei invitare o inventare. Dovrei quindi assistere alla sua morte con una parvenza molto chiara della forza dei genitori spartani.

Il modo in cui i medici stimano, mediante una procedura di campionamento, il numero di globuli bianchi nel sangue di un paziente è generalmente noto. In sostanza, si tratta di diluire una quantità accuratamente misurata di acqua, contando il numero di cellule presenti in un dato volume cubico del sangue così diluito, e quindi calcolando il numero di cellule per millimetro cubo di sangue. Un metodo simile è applicato al conteggio dei globuli rossi del sangue. Sebbene il conteggio delle cellule differisca in qualche misura tra gli individui e in ogni individuo a seconda delle sue condizioni di attività, qualsiasi variazione dell’ordine del 400 percento o più giustificherebbe solitamente il sospetto di essere patologica. Se, ad esempio, il conteggio dei globuli bianchi di un paziente aumentasse in un mese da 5.000 a 23.000, un medico penserebbe alla possibilità di trovarsi dinanzi a uno stadio iniziale di leucemia, a una crescita incontrollata del numero di globuli bianchi.

Ora nuove crescite maligne di qualsiasi tipo (popolarmente chiamate cancro) implicano un aumento del numero di un certo tipo di cellula e, quindi, un corrispondente aumento delle dimensioni dell’organo o del tessuto coinvolto. Tuttavia, non tutti gli aumenti delle dimensioni degli organi sono il risultato di nuove crescite maligne: il cuore diviene ipertrofico – cioè più grande – a causa di valvole che perdono e diminuisce la sua efficienza come pompa; l’utero cresce in volume notevolmente durante la gravidanza; anche gli organi e i tessuti del bambino in crescita presentano evidenti aumenti nel numero delle cellule. Ma in questi aumenti sembra esserci un limite superato il quale un’ulteriore crescita cellulare si arresta o è in qualche modo inibita. In effetti, si ha l’impressione misteriosa che ci sia un processo implicito che assomiglia all’autocontrollo o all’autolimitazione. Non si può, naturalmente, attribuire alle cellule una capacità di autocontrollo, anche se non possiamo dare una risposta migliore dell’ignoranza alla domanda sul perché gli organi mostrano una relativa uniformità di dimensioni e forma nello stato normale. Ma il fatto è che, in tutti i casi tranne uno, organi e tessuti nella loro crescita sembrano “sapere” quando fermarsi.

L’eccezione, naturalmente, è l’intera categoria di nuove crescite, o neoplasie (chiamate popolarmente cancro), di cui esistono due tipi principali: il benigno e il maligno. I fibromi dell’utero forniscono un buon esempio di tumori benigni; il cancro dello stomaco, del maligno. Ritornerò su alcune delle più importanti caratteristiche delle nuove crescite, ma ora vorrei, a questo punto, introdurre un’altra serie di considerazioni più apparentemente correlate al problema della popolazione.

Se consideriamo le diverse forme di vita vegetale e animale del mondo quali esseri strettamente correlati e dipendenti l’un l’altro da assomigliare a diversi tipi di cellule in un unico organismo, allora, a mo’ di un’ipotesi, possiamo considerare il mondo vivente come un organismo. Non vorrei semplicemente ammettere che questa è un’ipotesi – insisterò che è solo un’ipotesi. Forse con maggiore cautela si potrebbe dire che una tale ipotesi non è altro che un’impalcatura. Perché un’impalcatura può servire, ma non entra, nella struttura finale del prodotto finito.

Proviamo ad osservare, quindi, le diverse forme di vita di questo pianeta come un medico osserverebbe l’insieme o la comunità di organi e tessuti interdipendenti che costituiscono il corpo del suo paziente. Cosa penseremmo se diventasse evidente che in un brevissimo periodo della storia del mondo un certo tipo di forma di vita si è accresciuto notevolmente e ovviamente a spese degli altri tipi di vita? In breve, suggerisco, come modo di considerare il problema della popolazione, che ci sono alcune interessanti analogie tra la crescita della popolazione umana nel mondo e l’aumento delle cellule osservabili nelle neoplasie. Dire che il mondo ha il cancro e che la cellula cancerosa è l’uomo non ha né prove sperimentali né la convalida dell’accuratezza predittiva; ma non vedo alcuna ragione che impedisca di scartare a priori una tale ipotesi. Se un tale concetto ha un qualche valore all’inizio, dovremmo naturalmente spingerci ad andare oltre, confrontando le altre caratteristiche di nuove crescite con i fenomeni osservabili relativi allo straordinario aumento ora rilevato nella popolazione mondiale. Si stima che i 500 milioni nel 1500 siano aumentati, in 450 anni, fino all’attuale popolazione stimata di 2 miliardi. E la fine non è in vista, specialmente nell’emisfero occidentale.

Quali sono alcune caratteristiche delle nuove crescite? Una delle più semplici è che esse esercitano generalmente una pressione sulle strutture adiacenti e, quindi, le spostano. Nuove crescite all’interno di cavità chiuse, come il cranio, esercitano una pressione che uccide, perché qualsiasi spostamento considerevole è impossibile. La pressione si sviluppa, di solito distruggendo prima la funzione e poi la sostanza delle cellule normali così pressate. Per un confronto con una cavità chiusa, si pensi a un’isola dove trovi riparo una sola forma di vita animale che viene cacciata fino all’estinzione dall’uomo. Lo spazio limitato dell’isola assomiglia alla cavità cranica i cui contenuti normali non possono sfuggire all’invasore omicida. La guerra di confine, le migrazioni di massa e quelle guerre che sono descritte come il risultato di pressioni demografiche assomigliano alle pressioni esercitate dalle nuove crescite. Prendiamo in prestito non solo la parola pressione ma anche la parola invasione per descrivere il modo in cui le nuove crescite prelevano lo spazio occupato da altre cellule o tipi di vita per estensione diretta. La distruzione delle foreste, l’annientamento o la quasi estinzione di vari animali e l’erosione del suolo conseguente al sovrapascolo illustrano l’effetto cancerogeno di quanto l’uomo – in numeri crescenti e arroganza incurante – abbia nei confronti delle altre forme di vita su quello che chiamiamo il “nostro” pianeta.

Metastasi è la parola utilizzata per descrivere il fenomeno di crescita maligna in cui alcune cellule cancerogene si staccano e vengono trasportate dai vasi linfatici o da quelli sanguigni e si depositano ad una certa distanza dal tumore primario o dal punto di origine e procedono a moltiplicarsi senza contatto diretto con il tessuto o l’organo dal quale provengono. In realtà è difficile evitare di usare la parola “colonia” nel descrivere il fenomeno che i medici chiamano metastasi. E dunque, non si può pensare alla colonizzazione dell’emisfero occidentale come a una metastasi della razza bianca?

Le crescite cancerose richiedono nutrimento; ma, per quanto ne so, non sono mai state curate dandoglielo. Inoltre, anche se l’afflusso di sangue è comunemente così disordinato che il sanguinamento persistente da qualsiasi orifizio del corpo fa pensare a una nuova crescita tumorale, l’organismo nel suo insieme spesso subisce un calo di peso e di forza, indizi di avvelenamento o di una domanda di nutrimento eccessiva da parte di cellule neoplastiche – forse di entrambi. Le analogie possono essere trovate nel “nostro pianeta saccheggiato” – nelle conseguenze dell’attività umana sulle altre forme di vita. Queste non hanno quasi bisogno di approfondimenti – anche se gli ecologisti potrebbero fornire molti esempi di incursioni dell’uomo sulle altre forme di vita. I nostri fiumi corrono nel fango – al punto che potremmo pensare a loro come allo spargimento del sangue rivelatore del cancro.

Al centro di una nuova crescita, e apparentemente in parte a causa della sua inadeguata circolazione, spesso insorge la necrosi – la morte e la liquidazione delle cellule che si sono, per così dire, ribellate all’ordine e all’auto-controllo nel loro impulso a riprodursi sproporzionatamente rispetto al loro numero abituale nell’organismo. Così come i bassifondi delle nostre grandi città assomigliano alla necrosi dei tumori, così sorge spontanea una domanda stravagante: cosa sono più offensivi per la decenza e la bellezza, le baraccopoli o i fetidi detriti di un tumore in crescita?

Un’ulteriore analogia merita attenzione. Le singole cellule di nuove crescite tumorali mostrano spesso marcate variazioni di dimensioni, forma e comportamento chimico. Questo può essere paragonato alle marcate disuguaglianze di salute, ricchezza e funzione così evidenti tra gli esseri umani nei paesi sovrappopolati. Forse l’invenzione dell’uomo di caste e stratificazioni sociali può essere vista in parte come un modo per razionalizzare e controllare queste stesse angoscianti discrepanze di salute, ricchezza e status che aumentano con l’aumento della popolazione.

Ormai i montanti principali e le assi della mia impalcatura devono essere evidenti. Nella storia della scienza ci sono state ipotesi che, sebbene non vere, hanno condotto alla verità. Vorrei sperare che questo commento un po’ bizzarro sul problema della popolazione potesse suggerire una nuova forma di autocontrollo all’essere umano. Oltre a nobilitare la vita dell’uomo, potrebbe, credo, essere applaudito dalla maggior parte delle forme di vita – se avessero le mani per applaudire. O siamo sordi a tali applausi?

E infine ritengo che se alcune delle cellule più riflessive, per esempio, di un tumore allo stomaco in rapida crescita, potessero conversare tra loro, si riserverebbero, molto probabilmente, un pomeriggio per tenere quello che chiamerebbero “una discussione sul problema della popolazione”.

Se Copernico si è impegnato nell’astronomia sfidando l’interpretazione geocentrica dell’universo, la biologia non potrebbe dare una mano nello sfidare l’interpretazione antropocentrica della natura?

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Articolo originale pubblicato su Science il 13 maggio 1955 – A Medical Aspect of the Population Problem – Alan Gregg

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